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VISIONI DI UN CHALLENGE DEL TERZO MILLENNIO

Succede così: un giorno te ne stai seduto ad aspettare il tuo turno allo sportello esecuzioni in tribunale e ti capita di incontrare una collega che, guarda caso , è anche l’incaricata di branca RS della tua zona. –Cosa fai quest’anno, Giovanni?-  . Io: - il “free lance”. – Beh , se non hai niente da fare, questo fine settimana c’è il challenge…-

Come invitare un’oca a bere: inoltro fiducioso la mia domanda per via gerarchica, imploro comprensione con la  moglie ex maestra delle novizie e la figlia lupetta, mi attrezzo con zainetto pieno di generi di conforto e articoli di prima necessità (poncho, borracce, fornello etc.) e via!

Il challenge su di me ha sempre esercitato una singolare attrazione: è una di quelle attività scout che hanno un che di primordiale e di immutabile; i vecchietti come me amano le cose tradizionali…

E questa volta me lo voglio proprio gustare, come si fa con un buon Porto invecchiato.

Bello , il Challenge di quest’anno: ambientazione essenziale e non prevaricante, location quasi ideale, percorso in bici impegnativo ma fattibile per tutti, prove non banali, percorso in canoa interessante e anche piuttosto faticoso. Bella la celebrazione eucaristica in riva al lago, belli i momenti di preghiera, bella l’atmosfera e la voglia di lavorare insieme. Insomma, una “robina” giusta, di quelle che i ragazzi ricorderanno per un bel po’.

C’è , però, una ragione di più per essere orgogliosi di questa edizione 2013: è che stavolta, nella sua scarna essenzialità, il challenge ha detto quello che è veramente, fino all’ultimo momento. Non solo una sfida con se stessi, un mettere alla prova il proprio carattere e le proprie gambe, un rinfrescare competenze magari appannate dal tempo, ma anche una parabola della vita del cristiano, non raccontata ma vissuta.

Mi sono spesso chiesto il perché da sempre il challenge si affronta in coppia. Ricordo di quando un quarto di secolo fa( e sì…), iscrissi i miei novizi rover a un challenge regionale. Iscrissi una coppia al percorso gestito dalla zona Brescia e una terna (il sesto uomo non stava bene) al percorso della zona Como- Sondrio: la coppia fece il suo percorso regolarmente, la terna si perse e dovette ricorrere all’aiuto dei capi per ritrovare la strada.

L’essere in due e non in tre, o in una squadra: perché? E’ solo per  una ragione organizzativa, oppure, visto che sono coppie miste ragazzo/ragazza, un’occasione per sperimentare un po’ di coeducazione?

Come ho suggerito poc’anzi , credo che ci sia molto di più, un’ intuizione profonda o, se preferite, un’occasione straordinaria per comunicare un importante messaggio educativo. La persona che i capi ti hanno messo a fianco per affrontare il challenge , non te la sei scelta tu. E’ un “altro”, uno che è simile a te, ma che non è esattamente uno dei tuoi. Porta la tua stessa uniforme, ma è diverso da te: perché è una ragazza, perché è più resistente di te (o più debole), perché parla poco (e magari tu non stai zitto un attimo…) etc. . E’ il tuo “compagno di strada”: colui (o colei) che fa fatica con te ,che qualche volta ti deve aspettare, che ti segue , che ascolta i tuoi mugugni, che pagaia sforzandosi di tenere in rotta la canoa…

Il tuo compagno è il segno di una presenza importante: quella dell’”Altro” con la “A” maiuscola. E se non cammini con Lui, succede come quando in canoa si rema male: non si va da nessuna parte, si sbatte contro le rive, come una pallina in un flipper.

Il premio del challenge? Forse è il sorriso del tuo compagno all’arrivo : stanco, un po’ tirato. Però, alla fine, scopri il suo vero volto, e anche tu capisci  chi sei …

 

Giovanni